La prima lettera/Our first letter. January 2017

Nel 2016 il Comune di Trevi ha ospitato per la prima volta nel suo territorio un gruppo di richiedenti asilo presso la struttura Hotel Calafuria. Questa accoglienza  si è concretizzata attraverso una convenzione tra l’ente comunale e l’Associazione Arci della sede di Perugia (nell’ambito del progetto Emergenza sbarchi- Arcisolidarietà Ora d’Aria). Il progetto “emergenza sbarchi” offre, tra le altre cose, servizi di prima accoglienza dei cittadini stranieri, servizi amministravi e servizi per l’integrazione come assistenza linguistica e culturale.
Nel settembre del 2016 ho invitato il gruppo di richiedenti asilo a visitare la mia mostra dal titolo ‘I Will Shield You’  presso il Complesso Museale di San Francesco (sezione Pinacoteca Civica). Le mie opere contemporanee, sculture in forma di scudi che simboleggiano una protezione verso le paure, si fondono con opere di straordinario interesse storico-artistico del periodo medievale e rinascimentale ospitate nella Pinacoteca.
Il gruppo di richiedenti asilo provengono dall’Africa occidentale (nazioni francofone e anglofone) e dal Pakistan. Nonostante, quindi, non vi fosse una lingua che accomunava il gruppo e nonostante la mancanza della conoscenza della lingua italiana, la visita alla mostra è stata un’esperienza significativa. I ragazzi del gruppo, durante la visita alla mostra, si sono immediatamente riconosciuti in quelle immagini ed hanno  provato forti emozioni manifestando un forte turbamento nel vedere uomini e donne di colore in un contesto così distante dal loro sia in termini di lontananza geografica che di diversità culturale.

Inoltre la visita è stata il presupposto per condividere con l’amministrazione comunale di Trevi e l’Arci l’idea di attivare un laboratorio di arte/arteterapia per esplorare il potenziale espressivo di questi ragazzi e
 tentare così un approccio comunicativo ed inclusivo di integrazione.
Inizia così la storia del progetto MakeArtNotWalls/Italia con la partecipazione di circa 20 ragazzi.

La sala di un Hotel lungo la statale Flaminia ha fatto da sfondo al nostro secondo incontro. La vecchia Flaminia, un luogo simbolico che per due millenni è stata una rotta per viaggiatori, mercanti, pellegrini e dignitari, un luogo di trasporto, di transito, di incontro e di rinnovamento spirituale.
Con un gomitolo di filo rosso, qualche foglio di carta e matite donate da una 
amica mi sono trovata a dialogare con loro.
La mia conoscenza della lingua inglese, della lingua francese e dell’italiano è stata fondamentale in questa prima fase di comunicazione, condivisione e racconto.

In quel preciso istante in un giorno d’autunno,  abbiamo intrecciato e collegato le nostre storie: racconti contraddistinti dal coraggio in una fase di transizione e cambiamento. Transizione da non percepire come una non-posizione ma piuttosto come un momento dinamico e animato nella vita di un individuo.
L’intreccio con il gomitolo di filo rosso tra le dita e i polsi è stato il tramite che ha portato ad unire persone di età e paesi differenti creando un contatto visivo tangibile. Nello stesso pomeriggio, alcuni membri del gruppo hanno preso carta e matita ed hanno iniziato a raffigurare la loro esperienza di viaggio-odissea
 verso l’Italia.
Quando non c’è nessun linguaggio verbale comune condiviso dal gruppo l’immagine serve per attraversare i confini e aprire un canale per la comprensione reciproca.

Da quel giorno, spontaneamente e con entusiasmo, abbiamo deciso di 
incontrarci un paio di volte alla settimana, con carta e matita, alcuni tubi di pittura acrilica e la nostra ‘scorta’ di materiali riciclati in un locale in disuso adiacente l’hotel. Successivamente il proprietario ci ha concesso di usarlo come  spazio riservato al gruppo per l’esplorazione del
sé attraverso un processo creativo.
 Gli incontri sono diventati una “fabbricazione” di creazione a diversi livelli, una 
sorta di laboratorio di arte/arteterapia in cui esprimere e dare corpo ai sogni, ai desideri e alle speranze, e voce alla brutale esperienza del loro viaggio.Un viaggio disperato, in fuga per la libertà fatto con quelli che vengono chiamati “barconi della speranza” nelle fredde e profonde acque del mediterraneo e iniziato ancor prima con la permanenza nei campi di detenzione della Libia.
“Negli ultimi sessant’anni abbiamo assistito all’aumento nella produzione di rifugiati economici, politici e climatici. Spesso considerati rifiuti importati, vengono infatti trattati come spazzatura” scrive il sociologo recentemente scomparso Zygmunt Bauman in “Wasted Lives: Modernity’s Collateral Casualties”. Aggiunge: “Il rifugiato è il caso estremo di individuo che ha perso la propria identità e che è respinto ovunque: i rifugiati sono rifiuti umani, senza nessuna funzione utile da svolgere nella terra e nessuna intenzione o prospettiva realistica di assimilazione e inserimento nel nuovo corpo sociale”.
Oltretutto, poiché non è fisicamente possibile rimuovere tutti i rifiuti – oppure non è possibile tenerli lontani in modo che noi non li vediamo, ecco che si fa in modo che vengano sigillati in “contenitori a tenuta stagna”: campi profughi o ghetti.”

Lo scarto , allora, è vissuto come un risultato sgradevole al punto da essere nascosto dalla società.
Nel laboratorio nelle settimane successive non a caso abbiamo anche usato i prodotti di scarto e abbandonati. E’stata una precisa intenzione quella di incoraggiare i ragazzi a ridare nuova vita a questi materiali -quindi
 sono stati trasformati in nuovi oggetti con nuovi significati  dando voce e rispecchiando la propria esperienza, il proprio percorso e la propria memoria.

Nel laboratorio abbiamo visto così nascere delle storyboard di vita personale che parlano di paesi lontani come il Gambia, la Nigeria e la Guinea, e del desiderio di felicità e accoglienza da parte del nostro paese, l’Italia.
Matteo Fiorucci e Bernardo Angeletti a partire dal mese di ottobre 2016 hanno documentato il progetto attraverso videoriprese e fotografie, hanno saputo introdurre, nello spazio lavorativo, la fotocamera e la videocamera con rispetto e sensibilità così da rendere la loro presenza condivisa dal gruppo e compartecipativa.
Una testimonianza 
costante dello sviluppo di un percorso creativo volto all’integrazione, alla conoscenza e quindi
 all’inclusione.
La presenza della videocamera e della macchina fotografica restituisce in modo puntuale e istantaneo tutto il processo di lavoro che si sta svolgendo con i ragazzi ed è una costante testimonianza delle tante storie delle traversate in cerca di terra, di futuro e di vita. Testimonianza di un forte coraggio necessario a contrastare la disperazione.
Il coraggio di ricominciare da zero su un foglio bianco, la carte blanche, su cui si può “scrivere” quello che si vuole. Il coraggio di ricominciare esponendosi agli altri, a tutti anche a chi non ha nessun desiderio di comprendere.
Dopo tutto, il coraggio è qualcosa che è stato già  dimostrato da questi uomini e da queste donne dopo la lunghissima traversata del Sahara, dopo aver trascorso una notte alla deriva nell’ oceano dove non vi è distinzione tra cielo e acqua, e l’orizzonte lontano non si riesce più a vedere.

Mentre scrivo il nostro laboratorio continua a crescere. Questo è possibile grazie all’aiuto prezioso e costante di Julia Perry, di vari artisti affermati come Jeffrey Isaac e Gary Jo Gardenshire che attraverso visite occasionali portano il loro personale contributo alimentando i processi creativi. Gary Jo Gardenshire ha prodotto un ciclo di ritratti dei partecipanti.
Pian piano gli input che hanno circolato durante gli incontri si trasformano in reali e tangibili e le storie, i desideri e le difficoltà di vita si intrecciano con espressioni artistiche: nascono così case e valigie di cartone, drammatiche storyboard rappresentate su tavolette di legno della vita in Nigeria, bandiere del Gambia e disegni  emotivamente ricchi e speranzosi di futuri happy endings  in Italia.

Un mix di speranze, esplorazione emotiva e ricostruzione per recuperare il proprio passato come ponte per il futuro.
Si tratta di un racconto collettivo  ancora non definito, con un finale aperto.
Cresce in sintonia con le lezioni di italiano fatte da Federica di Marco, con la quale si è instaurato un rapporto di stima reciproca.
Le loro vite che si possono percepire come sprecate si rianimano in sintonia con l’azione creativa in corso, mentre aspettano l’esito delle loro domande di asilo. Cerchiamo di dare forma all’attesa.
Nessuno sa cosa succederà ne’ con il laboratorio ne’ con  queste domande di asilo. Siamo tutti nella stessa barca, quella dell’attesa e del non sapere.
I mesi di attesa nella speranza di un cambiamento importante sono un momento di transizione tra il prima e il dopo, ma anche un punto fermo nel tempo, il qui e ora, pienamente e consapevolmente vissuto e trasformato in una testimonianza di speranza totale: radical hope.

Virginia Ryan
fondatrice, Gennaio 2017

 

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